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Macchina non rispondente alle dotazioni risultanti dal libretto di istruzioni

Macchina non rispondente alle dotazioni risultanti dal libretto di istruzioni

Di Alessio Scarcella - Consigliere della Corte Suprema di Cassazione

Massima

In tema di sicurezza nei luoghi di lavoro, è configurabile la responsabilità del datore di lavoro che, pur acquistando una macchina rispondente ai requisiti di conformità alle norme di sicurezza in materia di prevenzione infortuni, prima di affidarla al dipendente ometta di verificarne la rispondenza alle caratteristiche indicate sul libretto di istruzioni fornito dalla ditta costruttrice.

Sintesi

Con la Cass. Pen., Sez. IV, 3 ottobre 2016, n. 41314, la Corte di Cassazione si sofferma su una questione particolarmente interessante, relativa alla configurabilità del reato di omicidio colposo imputabile al datore di lavoro per aver omesso di verificare la rispondenza delle dotazioni della macchina messa a disposizione del proprio dipendente (nella specie, un miscelatore di una macchina impastatrice), alle indicazioni riportate sul libretto di istruzione della macchina. I Supremi Giudici, in particolare, confermano la sussistenza della responsabilità penale del datore di lavoro, individuando un profilo di colpa nella mancanza del dispositivo di blocco antinfortunistico, detto anche fine corsa di sicurezza a doppia chiave, che era previsto dalla ditta costruttrice del miscelatore, mancanza che era, nella concreta situazione, piuttosto evidente, essendo presente sullo sportello della vasca dell'impastatrice soltanto una delle due serrature di cui il meccanismo era composto, mancando però l'altra, la cui assenza il datore di lavoro doveva necessariamente notare.

 

Fatto

La vicenda processuale segue alla sentenza con cui la Corte di appello aveva confermato quella dei Tribunale, che aveva condannato alla pena stimata di giustizia G. M., titolare della omonima ditta, in concorso con altra persona (il legale rappresentante della ditta assemblatrice ed installatrice dell'impianto di betonaggio di M.), per avere, per colpa, consistita in negligenza, imprudenza, imperizia ed inosservanza delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, cagionato la morte del dipendente S. C., che, intento alla pulizia della macchina mescolatrice, cadeva dentro l'apposita vasca ove le pale meccaniche di mescolamento del calcestruzzo ancora in azione lo dilaniavano provocandogli eviscerazione addominale con conseguente shock emorragico.

 

Ricorso

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il datore di lavoro del dipendente deceduto, il quale sosteneva che nessun addebito poteva muoversi al medesimo, il quale aveva acquistato due distinti macchinari omologati CE, un mescolatore di calcestruzzo ed un quadro elettrico, necessario a far funzionare il mescolatore, facendoli installare ed assemblare da ditta specializzata (quella di cui è titolare il coimputato non ricorrente), che aveva personalmente fornito ai dipendenti, in apposita giornata di formazione, indicazioni puntali sul comportamento da tenere e sui rischi. Il profilo di colpa riconosciuto in sentenza - l'avere cioè fatto installare e messo a disposizione dei lavoratori un meccanismo che non impediva l'apertura del carter di protezione della vasca al cui interno ruotavano le pale mentre tali pericolosi organi meccanici erano ancora in movimento -, era, secondo il datore di lavoro, infondato in quanto il cosiddetto "dispositivo di sicurezza di fine corsa a doppia chiave", non attivato nel caso di specie ed il cui funzionamento è descritto in

sentenza, era un meccanismo, stando al manuale di istruzioni dell'impianto di produzione del calcestruzzo, meramente facoltativo ed alternativo a quello, in effetti installato, che concentrava in un unico pulsante la disattivazione delle pale.

 

Sentenza e motivazioni

La Cassazione, nell’affermare il principio di cui in massima, ha respinto il ricorso del datore di lavoro, in particolare rilevando che la macchina complessivamente messa a

disposizione del lavoratore dall'imputato, benché derivante dall'unione di due meccanismi, presi in sé, conformi a regole di sicurezza, fosse in realtà non completamente sicura, proprio in quanto vi era la possibilità che il lavoratore, sia pure a seguito di condotta imprudente, magari mosso dall'intenzione di ridurre i tempi di esecuzione del lavoro, si venisse a trovare in posizione sopraelevata e con il rischio si precipitazione rispetto ad indubbia fonte di grave pericolo (taglienti pale in movimento), pericolo che si sarebbe stato invece eliminato in radice ove, ad esempio, la concreta apertura dei carter fosse programmata come successiva al definitivo blocco delle pale. E nel caso di specie si era accertato nei gradi di merito che mancava il dispositivo di blocco antinfortunistico, detto anche fine corsa di sicurezza a doppia chiave (incentrato sul necessario utilizzo di un'unica chiave da inserirsi in due distinte serrature, una lontana dall'impianto, cioè sull'interruttore generale del pannello di controllo, ed una sullo sportello della vasca di mescolazione, e che

avrebbe con certezza assoluta garantito che il lavoratore potesse aprire lo sportello della vasca solo a pale ormai ferme), che era previsto dalla ditta costruttrice del miscelatore, mancanza che era, nella concreta situazione, piuttosto evidente, essendo presente sullo sportello della vasca dell'impastatrice soltanto una delle due serrature di cui il meccanismo era composto, mancando però l'altra, la cui assenza il datore di lavoro doveva necessariamente notare, ciò sia per l'esperienza che aveva maturato nel settore, essendo emerso dall'istruttoria che aveva montato nel corso degli anni cinque o sei mescolatrici, sia perché era munito del libretto di istruzioni della ditta costruttrice che richiedeva, appunto, la doppia chiave.

 

Precedenti giurisprudenziali

Va qui evidenziato che il principio affermato dalla Cassazione rappresenta in effetti una novità nel panorama dell’esegesi della Suprema Corte, non essendo stato affermato in termini in sentenze precedenti. In generale, però, la giurisprudenza della Cassazione è pacifica nel ritenere che: a) il datore di lavoro, quale responsabile della sicurezza dell'ambiente di lavoro, è tenuto ad accertare la corrispondenza ai requisiti di legge dei macchinari utilizzati, e risponde dell'infortunio occorso ad un dipendente a causa della mancanza di tali requisiti, senza che la presenza sul macchinario della marchiatura di conformità "CE" o l'affidamento riposto nella notorietà e nella competenza tecnica del costruttore valgano ad esonerarlo dalla sua responsabilità (Cass. pen., Sez. IV, n. 37060 del 30/09/2008, V., in Ced Cass. 241020); b) il datore di lavoro è responsabile delle lesioni patite dall'operaio, allorquando abbia consentito l'utilizzo di una macchina, la quale, pur astrattamente conforme alla normativa CE, per come assemblata ed in pratica utilizzata abbia esposto i lavoratori a rischi del tipo di quello in concreto realizzatosi (Cass. pen., Sez. IV, n. 49670 del 28/11/2014, F., in Ced Cass. 261175); c) l'obbligo di "ridurre al minimo" il rischio di infortuni sul lavoro (art. 71, D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81) impone al datore di lavoro di verificare e garantire la persistenza nel tempo dei requisiti di sicurezza delle attrezzature di lavoro messe a disposizione dei propri dipendenti (art. 71, D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81), non essendo sufficiente, per ritenere adempiuto l'obbligo di legge, il rilascio, da parte di un organismo certificatore munito di autorizzazione ministeriale, della certificazione di rispondenza ai requisiti essenziali di sicurezza (Cass. pen., Sez. III, n. 46784 del 19/12/2011, L., in Ced Cass. 251620).

Si segnala, ancora, per l’affinità dei problemi affrontati, anche quella decisione che ha affermato il principio secondo del divieto di operare su organi in moto i lavoratori devono essere resi edotti (non solo genericamente, per esempio a voce o con la consegna di un libretto di istruzioni, ma) specificamente "mediante avvisi chiaramente visibili". Tale prescrizione non ammette perciò possibilità di sostituzione con altra condotta che nell'opinione dell'obbligato sia ritenuta equipollente, di guisa che la relativa contravvenzione, di natura formale, non può ritenersi assorbita da quella generica di cui all'art. 4 dell’abrogato D.Lgs. n. 626/1994 e l'assoluzione da questa non è ostativa alla condanna per quella (Cass. pen., Sez. IV, n. 7275 del 20/06/1998, B., in Ced Cass. 211463).

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